Casteldaccia, la giustizia arriva (quasi) a termine: definitive le condanne per la strage dell’alluvione, ma i familiari gridano “Solo due anni?”

CASTELDACCIA – A quasi otto anni dalla notte che ha cambiato per sempre la storia di Casteldaccia, la parola “giustizia” suona ancora amara per i familiari delle nove vittime dell’alluvione del 3 novembre 2018. La Corte di Cassazione, con una sentenza depositata nelle ultime settimane e divenuta esecutiva, ha chiuso il cerchio giudiziario per la tragedia che ha visto morire travolti dal fango del fiume Milicia quattro bambini e cinque adulti, sorpresi nel sonno all’interno di una villetta abusiva in contrada Dagali.

L’alto tribunale ha respinto i ricorsi definitivi, confermando le condanne per omicidio plurimo colposo a carico del sindaco dell’epoca, Giovanni Di Giacinto, e del proprietario dell’immobile, Antonio Pace. Per il primo magistrato, la pena è stata fissata a due anni di reclusione (con la sospensione della pena), mentre per il proprietario le pene si sono assestate su condanne definitive che chiudono un iter processuale lungo e tormentato, passato attraverso gradi di giudizio che avevano visto anche assoluizioni e riduzioni di pena.

Tuttavia, è proprio sulla misura della pena che si concentra la rabbia e lo sgomento dei parenti delle vittime. “Solo due anni? Ma che giustizia è questa?”, è il grido che risuona a distanza di tempo dalle aule dei tribunali, trasformandosi in un’accusa verso un sistema che sembra non riuscire a dare un peso adeguato al valore delle vite umane spezzate. Per le famiglie Giordano, Flamia, Comito, Catanzaro e Rughoo, la fine del processo non porta la pace attesa, ma la consapevolezza di una giustizia “minima”, che non restituisce i volti di Francesco, Monia, Antonio, Marco, Federico, Rachele, Nunzia, Matilde e Stefania.

La dinamica della tragedia, ormai accertata, vede la piena eccezionale del Milicia come causa scatenante, aggravata però dalla presenza di detriti e dall’abusivismo edilizio che ha reso la villetta una trappola mortale. La difesa del sindaco aveva tentato fino all’ultimo di dimostrare l’impossibilità di prevenire l’evento, citando l’ostruzione dell’alveo a monte dovuta a lavori stradali, ma i giudici hanno stabilito la responsabilità di chi avrebbe dovuto vigilare sulla sicurezza del territorio e di chi ha costruito senza regole in un’area a rischio idrogeologico noto.

Mentre per la strage del 2018 si cala il sipario giudiziario, a Casteldaccia resta aperta un’altra ferita: quella della “seconda strage”, avvenuta il 6 maggio 2024 in un impianto fognario, dove persero la vita cinque operai. Per questa nuova tragedia, a distanza di due anni, il processo deve ancora iniziare, riaccendendo la protesta dei sindacati e delle associazioni che denunciano una lentezza incompatibile con il diritto alla verità.

Oggi, a Casteldaccia, la sentenza della Cassazione è un punto fermo sulla carta, ma non chiude il dolore. Restano le domande senza risposta, la percezione di una giustizia che conta i anni di carcere e non le vite perdute, e la speranza, ormai flebile, che la memoria di quelle nove vittime possa servire a impedire che il fango torni a portare via il futuro.